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Computer_monitor_on_pallet_in_snowQuesto racconto è stato scritto nel 2008. Tante ingenuità sono da ascriversi all’autrice, alcune al tempo che passa.

La profezia si è avverata: per ogni persona al di sotto dei trent’anni oggi vivono cento anziani. La statistica comprende anche l’Africa, che gonfia il dato con un flusso di neonati senza speranza. Quindi è normale che Saverio, attraversando la piazza affollata, intrufoli i suoi vent’anni tra un groviglio di rughe, grigiore e calvizie, sguardi occhialuti e profumi di lavanda. L’insegna al neon, dietro l’angolo della cattedrale, lo accoglie come un canotto di salvataggio nel mare della senescenza. Saverio si riscalda con quel bagliore prima di scomparire oltre la soglia.

Il colpo d’occhio è, al solito, deprimente: uno schieramento infinito di postazioni video e solo dieci, quindici al massimo sono occupate. Per il resto polvere, ronzìo di macchine e un vago odore di lavanda. Anche qui, maledetti vecchi. Dovrebbe esserci il divieto di ingresso ai maggiori, in un posto così.

Saverio non era nemmeno nato, e nemmeno suo padre, quando la catena Syberia diventò un fenomeno planetario. Quell’epoca ormai viveva solo nelle memorie vacillanti dei nonni, che non ne parlavano quasi più, vergognandosi di avere creduto, da giovani, a miraggi come “la comunità cibernetica”, “il villaggio globale”, “la fratellanza universale”. Ma sembra che al tempo folle sterminate di ragazzi facessero la coda per ore, pur di sedersi a un terminale.
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Pubblicato da su 13 settembre 2018 in Scrivere e vivere

 

Piccolo storytelling intorno alla piazza

qui

Gino: Oh ce semo presi il lavoro di piazza Bianchi. Nun famo cazzate che è la nostra occasione.

Lavinia: ho già troppe troppe idee… Quella piazza ha delle proporzioni, poi la facciata del teatro, lo scorcio della Specola….

Gino: Filippo se cortesemente metti giù il cellulare che cinque minuti ci tocca lavorare. Lavinia amò. Prendi Vitruvio e tutti i tuoi libroni sulla bellezza, già che ce sei metti pure la tua tesi che ti giuro l’ho letta e portali in bagno che quando siamo lì diamo una ripassata. Mò: che facciamo?

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Pubblicato da su 14 gennaio 2018 in Scrivere e vivere

 

Indignazione

21752653_10211821040413705_2505610952038811756_oIndignazione: non mi capita spesso. Tendo a considerarla un sentimento finto, formale.

Non oggi: leggo sul Carlino le parole di tal Samuele Rago presidente provinciale di Anpi che si oppone, in Consiglio Comunale, ad una lapide in memoria di Giuseppina Ghersi, torturata, violentata e uccisa a tredici anni e l’indignazione – quella vera – si fa sentire. Sono le parole che usa. Non avessi letto la sua frase avrei voltato pagina. Anche davanti a una foto come questa, anche davanti a una ragazzina, con quegli occhi bassi, rassegnata a morire.

Vedo spesso immagini terribili: di guerra, di vittime, vittime di adesso, non di settantadue anni fa. “È ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili”. Qui sì che mi fermo: perché questa frase mi offende? Sarà che se qualcuno – per tagliar corto – dice “Tu non puoi capire” – perché è questo che Rago dice ai propri interlocutori – mi va il sangue alla testa.
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Pubblicato da su 15 settembre 2017 in Scrivere e vivere

 

La scuola media. Tancredi c’azzecca sempre dài.

alano
Mia figlia Furba frequenta la seconda media di una scuola pubblica di Bologna. È una scuola del centro città abbastanza rinomata, per la quale si abusa della parola “eccellenza”. È una scuola normalmente buona. Quest’anno, alla consegna delle pagelle quindi a giochi fatti, scopro che Furba nel secondo quadrimestre ha avuto un calo di rendimento di un voto a materia, in alcuni casi di due (da sette a sei con il pietoso asterisco).

A casa siamo messi così: ci sono io, che lavoro part time, la Furba e suo fratello di quindici anni. Fine. No coppie di nonni, no dade, no mariti, nemmeno uno. La Furba fa uno sport a livello agonistico quindi io, quando ho finito di fare l’impiegata e la tassista e la governante ho giusto il tempo per correre ai ripari se i ragazzi mi propinano le insufficienze da firmare. Ma la Furba nel secondo quadrimestre mi ha fatto firmare solo cose belle: sette e settemmezzi, gite, scioperi, feste, allé! Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2017 in Scrivere e vivere

 

Cultura fisica

InfugadallacriticaScrivono che nella Metropoli, per tenersi in forma, la gente vada al museo. Qualcuno ha scoperto che lì c’è l’aria più pulita della città. Temperatura e umidità perfette, aerazione costante, filtri per le polveri, ionizzatori: una meraviglia di equilibrio per conservare nei secoli tempere, lacche, stoffe, pergamene e mummie. All’inizio sembravano visitatori come gli altri, scarpe basse, abiti comodi e guide turistiche, solo che di guide ne tenevano due, una per parte, per distribuire il peso. Usavano il museo per fare lunghe passeggiate, li riconoscevi dall’andatura anomala. Non la solita sequenza di parabole dell’uomo di cultura, che legge la targhetta, si porta alla distanza di ammirazione, poi, dopo un tempo elegante di meditazione, chiude curvilineo sulla targhetta successiva. No, questi percorrevano linee rette e lunghe diagonali, fingendo di puntare ora quel quadro laggiù, ora la Venere in marmo al centro della stanza successiva, scegliendo le gallerie e i corridoi meno frequentati per allungare il passo. Potevi sorprenderne uno che riprendeva fiato di nascosto, ansimando con lo sguardo sbarrato, fissando negli occhi una madonna del Duecento come nel rapimento di una visione. Da domandargli se la Madonna stesse rivelando un segreto. Un segreto tremendo, viste le narici dilatate per placare la fame d’aria senza ronfare. Sembrava sul punto di azzannarla, quella madonna. Arrivò la stampa: lo scopritore di tendenze urbane celebrò il fenomeno con un’ode filosofica sulla “creazione di nuovi sensi alla fruizione degli spazi e delle arti”. Un fotografo produsse scatti meravigliosi: di corpi in movimento contro la pigra immobilità dei ritratti del Seicento, di maratoneti a riposo sui divani capitonée a fianco di un Galata morente, un primo piano di una celebre modella, esausta e madida di sudore in splendida simmetria con l’estasi di una Santa Cecilia. Da allora è diventato normale. Al museo c’è sempre un sacco di gente. Nelle loro tenute sportive – tutte le grandi firme hanno lanciato la linea “museum jog” – marciano senza ritegno. Correre non si può, ma nessuno può vietarti di marciare, come nessuno può obbligarti a guardare.

 
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Pubblicato da su 24 novembre 2015 in Scrivere e vivere

 

Duemilaequindici

albero-della-vita-di-klimtAbbandonare un blog per tre anni significa giustamente ritrovarsi soli in questa città digitale. La solitudine è una condizione ideale per scrivere, infatti ho finito il secondo romanzo. Metto il naso fuori, sono successe tante cose e nessuna, come sempre. Chissà se di questi tempi troverò un editore. Chi pubblica arranca, chi racconta storie fatica a raccogliere pochi passanti intorno al suo fuoco. Che i vostri buoni propositi per il duemilaequindici vi trovino forti e fiduciosi come me, che credo che alla fine di ogni travaglio ci sia una rinascita.

 
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Pubblicato da su 21 dicembre 2014 in Scrivere e vivere

 

Inversi e contrari

ImageMi chiamo Giulia Ghini e scrivo poco, ma con molta cura. Ho scritto un mare di testi pubblicitari, di alcuni dei quali vado particolarmente fiera, ma so che questo mette sulla difensiva, uno crede di trovarsi di fronte a una dissimulatrice, a una manipolatrice. Magari. Ho scritto due racconti che circolano in rete, e un romanzo che si trova, con un po’ di fatica, in libreria. Poi ho scritto un pacchetto di poesie. I temi alla fine sono tre: i bambini (ne ho fatti due, ma ce ne sono molti), gli amori (ne ho avuti non importa quanti, ma ce ne sono anche di questi) e i funerali. Adesso vi presento una poesia sui bambini, che però va spiegata per essere capita. È bella questa cosa della poesia, che è il contrario della barzelletta: la barzelletta se non la capisci non fa ridere, se la spieghi o se la sai già non fa più ridere. La poesia se non la capisci funziona lo stesso, se la spieghi, la sai a memoria, la smonti, la rimonti, ci scrivi sopra un libro, ci fai un convegno, poi funziona lo stesso, uguale a prima. Come funziona? Così: tu che la leggi, la ascolti, cominci a capirla, a prenderla dentro di te, diventi un vaso per contenerla, un vaso capace, e tu vaso ti rendi capace quanto puoi, nella tua misura, di vedere la realtà in un modo altro. E perciò la poesia – la lirica – è l’inverso della scrittura di finzione – il romanzo, il racconto. Questi ti chiedono di sospendere la realtà per andare altrove. Quella ti chiede di rimanere qui, ora, ma in un modo altro. Questa poesia è dedicata alla mia amica Niki e ai suoi figli Theo e Felix.

G.O.S.H. Gosh: Il Great Ormond Street Hospital è un grande ospedale pediatrico di Londra. È proprietario dei diritti della novella Peter Pan, per lascito ereditario dell’autore, J. M. Barrie. Felix S. ha una malattia rara, molto grave e incurabile. Undici anni fa al Gosh lo stesso male ha portato via Theo, il suo gemello. Avevano sei mesi. La morte di Theo è stata determinante per la diagnosi: nel primo verso, le parole usate dal medico per comunicarla alla madre.

Felix at Great Ormond Street Hospital
Non farà ossa vecchie – non è cosa
da dire a una signora. È frase
da pirata, cerusico di bordo
su di un mozzo ferito nella pesca
o ammalato di tifo. Ad una madre
che serra labbra macchiate di rossetto
nel cuore di Londra, altre parole
dovrebbe ricercare,
nel taschino del camice,
chi deve a Peter Pan il suo stipendio.
Quando scenderà il buio non importa
cosa Felice renderà alla terra. Il vuoto e il tutto,
la fine e il troppo presto – sono i segni che lascerà sul pavimento
quando dalla finestra volerà – sui giardini di Kensington.

 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2012 in Poesie

 

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