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Cultura fisica

InfugadallacriticaScrivono che nella Metropoli, per tenersi in forma, la gente vada al museo. Qualcuno ha scoperto che lì c’è l’aria più pulita della città. Temperatura e umidità perfette, aerazione costante, filtri per le polveri, ionizzatori: una meraviglia di equilibrio per conservare nei secoli tempere, lacche, stoffe, pergamene e mummie. All’inizio sembravano visitatori come gli altri, scarpe basse, abiti comodi e guide turistiche, solo che di guide ne tenevano due, una per parte, per distribuire il peso. Usavano il museo per fare lunghe passeggiate, li riconoscevi dall’andatura anomala. Non la solita sequenza di parabole dell’uomo di cultura, che legge la targhetta, si porta alla distanza di ammirazione, poi, dopo un tempo elegante di meditazione, chiude curvilineo sulla targhetta successiva. No, questi percorrevano linee rette e lunghe diagonali, fingendo di puntare ora quel quadro laggiù, ora la Venere in marmo al centro della stanza successiva, scegliendo le gallerie e i corridoi meno frequentati per allungare il passo. Potevi sorprenderne uno che riprendeva fiato di nascosto, ansimando con lo sguardo sbarrato, fissando negli occhi una madonna del Duecento come nel rapimento di una visione. Da domandargli se la Madonna stesse rivelando un segreto. Un segreto tremendo, viste le narici dilatate per placare la fame d’aria senza ronfare. Sembrava sul punto di azzannarla, quella madonna. Arrivò la stampa: lo scopritore di tendenze urbane celebrò il fenomeno con un’ode filosofica sulla “creazione di nuovi sensi alla fruizione degli spazi e delle arti”. Un fotografo produsse scatti meravigliosi: di corpi in movimento contro la pigra immobilità dei ritratti del Seicento, di maratoneti a riposo sui divani capitonée a fianco di un Galata morente, un primo piano di una celebre modella, esausta e madida di sudore in splendida simmetria con l’estasi di una Santa Cecilia. Da allora è diventato normale. Al museo c’è sempre un sacco di gente. Nelle loro tenute sportive – tutte le grandi firme hanno lanciato la linea “museum jog” – marciano senza ritegno. Correre non si può, ma nessuno può vietarti di marciare, come nessuno può obbligarti a guardare.

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Pubblicato da su 24 novembre 2015 in Scrivere e vivere

 

Duemilaequindici

albero-della-vita-di-klimtAbbandonare un blog per tre anni significa giustamente ritrovarsi soli in questa città digitale. La solitudine è una condizione ideale per scrivere, infatti ho finito il secondo romanzo. Metto il naso fuori, sono successe tante cose e nessuna, come sempre. Chissà se di questi tempi troverò un editore. Chi pubblica arranca, chi racconta storie fatica a raccogliere pochi passanti intorno al suo fuoco. Che i vostri buoni propositi per il duemilaequindici vi trovino forti e fiduciosi come me, che credo che alla fine di ogni travaglio ci sia una rinascita.

 
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Pubblicato da su 21 dicembre 2014 in Scrivere e vivere

 

Inversi e contrari

ImageMi chiamo Giulia Ghini e scrivo poco, ma con molta cura. Ho scritto un mare di testi pubblicitari, di alcuni dei quali vado particolarmente fiera, ma so che questo mette sulla difensiva, uno crede di trovarsi di fronte a una dissimulatrice, a una manipolatrice. Magari. Ho scritto due racconti che circolano in rete, e un romanzo che si trova, con un po’ di fatica, in libreria. Poi ho scritto un pacchetto di poesie. I temi alla fine sono tre: i bambini (ne ho fatti due, ma ce ne sono molti), gli amori (ne ho avuti non importa quanti, ma ce ne sono anche di questi) e i funerali. Adesso vi presento una poesia sui bambini, che però va spiegata per essere capita. È bella questa cosa della poesia, che è il contrario della barzelletta: la barzelletta se non la capisci non fa ridere, se la spieghi o se la sai già non fa più ridere. La poesia se non la capisci funziona lo stesso, se la spieghi, la sai a memoria, la smonti, la rimonti, ci scrivi sopra un libro, ci fai un convegno, poi funziona lo stesso, uguale a prima. Come funziona? Così: tu che la leggi, la ascolti, cominci a capirla, a prenderla dentro di te, diventi un vaso per contenerla, un vaso capace, e tu vaso ti rendi capace quanto puoi, nella tua misura, di vedere la realtà in un modo altro. E perciò la poesia – la lirica – è l’inverso della scrittura di finzione – il romanzo, il racconto. Questi ti chiedono di sospendere la realtà per andare altrove. Quella ti chiede di rimanere qui, ora, ma in un modo altro. Questa poesia è dedicata alla mia amica Niki e ai suoi figli Theo e Felix.

G.O.S.H. Gosh: Il Great Ormond Street Hospital è un grande ospedale pediatrico di Londra. È proprietario dei diritti della novella Peter Pan, per lascito ereditario dell’autore, J. M. Barrie. Felix S. ha una malattia rara, molto grave e incurabile. Undici anni fa al Gosh lo stesso male ha portato via Theo, il suo gemello. Avevano sei mesi. La morte di Theo è stata determinante per la diagnosi: nel primo verso, le parole usate dal medico per comunicarla alla madre.

Felix at Great Ormond Street Hospital

Non farà ossa vecchie – non è cosa

da dire a una signora. È frase

da pirata, cerusico di bordo

su di un mozzo ferito nella pesca

o ammalato di tifo. Ad una madre

che serra labbra macchiate di rossetto

nel cuore di Londra, altre parole

dovrebbe ricercare,

nel taschino del camice,

chi deve a Peter Pan il suo stipendio.

Quando scenderà il buio non importa

cosa Felice renderà alla terra. Il vuoto e il tutto,

la fine e il troppo presto – sono i segni che lascerà sul pavimento

quando dalla finestra volerà – sui giardini di Kensington.

 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2012 in Poesie

 

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Scrivere e vivere

Questa sera uno sconosciuto navigatore della rete ha deciso di seguire questo mio blog che avevo aperto e dimenticato senza mai pubblicare nemmeno un post. Credo di averlo fatto quando si seppe della chiusura di Splinder, ma poi lasciai perdere: tanto c’è Facebook. Invece, questa sera, quando mi è arrivata la segnalazione dell’incauto sottoscrittore mi è piaciuta l’idea. Ho caricato i miei vecchi post di Splinder “Cronache dalla Tempesta”, del 2008, poi ho ripercorso tutto il diario di Facebook alla ricerca di frammenti che mi sembrasse bello riportare. È stata una simpatica passeggiata nel mio tempo, della quale vorrei condividere qualche passaggio.

A Dicembre del 2008, appena iscitta a FB, cambiavo la cinghia del giradischi e ascoltavo il 45 giri Gamma del maestro Simonetti. Il 4 febbraio 2009 è stato il mio giorno delle parole d’amore scritte a macchina, il 26 febbraio faccio gli auguri a mia sorella: quando le candeline costan più della torta cosa c’è da festeggiare?

2009: ad aprile Il mio Syberia Logout era il racconto della settimana su www.leggendoscrivendo.it. Il 24 giugno ascoltavo Manu Chau in una registrazione al festival di Glastonbury. Lo sapete che a Glastonbury c’è un rovo vivente che la fede popolare riconosce come il bastone di Giuseppe di Arimatea, che ha piantato nel terreno nel punto in cui ha voluto che venisse fondata l’abbazia? Sin papeles d’altri tempi.

26 giugno: Jako is moonwalking.

Pensierino di settembre: cerco un centro di gravità, anche precario. Cose misteriose che scrivevo a novembre: “non farebbe meglio a confessarsi da un pretino di campagna anziché col segretario di stato Vaticano e farlo sapere alle agenzie di stampa?” “A Cesare Battisti è tornato l’appetito”. Mi rubano il motorino: una romagnola senza motorino è come una spremuta senza vodka.

Nel 2010 scrivevo massime, pensieri,  aforismi, sciocchezze:

  • Lo specchio mente, tu anche: chi riuscirà a ingannare l’altro?
  • Gli uomini non sono tutti uguali, ma si somigliano parecchio
  • Quando ho tempo, ho sonno.
  • Una donna su tre non assume abbastanza calcio, un uomo su tre non assume abbastanza calci.
  • La gallina che abbaia ci lascia lo zampino.
  • Non ci si può nascondere dentro un dito.
  • A Bologna vige una legge non scritta che vieta ai ciclisti di frenare e ai pedoni di calpestare le strisce.
  • Vedo il tunnel in fondo alla luce…

Anno scorso a maggio esce in libreria il mio primo romanzo, Giovanna e la tempesta verticale, inizia una bella stagione. In agosto Tommy porta una mia poesia sul Cristo all’imbocco della Val Lasties per i ragazzi del soccorso alpino, io butto online Cinquemila, il mio racconto sull’uomo del Similaun. Resta il mio preferito, mi fa tanto piangere.

Ma ti ricordi la grande nevicata del duemiladodici? A febbraio inpurissimoazzurro pubblica la mia poesia “San Valentino”. Adesso sto scrivendo piano.

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2012 in Scrivere e vivere

 

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Giovanna e la tempesta verticale

CopertinaRomanzo di Giulia Ghini con una prefazione di Davide Rondoni
Giovanna ha meno di quarant’anni e un figlio appena nato di nome Simone. Non va in cerca di avventure, prende decisioni solo quando non può fare diversamente e i problemi, preferisce aggirarli piuttosto che affrontarli. Perciò la sua vita procede un po’ a zig-zag, almeno fino a quando non incontra Francesco Libertà, il misterioso inquilino dell’appartamento al piano terra. Francesco ha uno strano potere: è in grado di visitare i mondi interiori delle persone. Lo fa fisicamente, proprio come un turista o un esploratore. A Giovanna sembra una buona occasione per risolvere una certa questione che aveva accantonato: chi è il padre di Simone? Da una Bologna quotidiana vissuta con insofferenza alle scorribande nei paesaggi estremi dei mondi paralleli, la storia si colora di personaggi inusuali, in un continuo sconfinare tra immaginazione e realtà.
 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2012 in Scrivere e vivere

 

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Cronache dalla tempesta – frammento 21

Poi succede che il giornalista che ha fatto la mia presentazione suggerisce il mio libro a un editore. A cadenze tranquille, ogni due o tre mesi, in modo da non rivelare troppo le mie tendenze maniaco ossessive, mando un segnale per sapere se hanno letto il manoscritto. Ogni volta ricevo risposte simpatiche e il manoscritto fa un passetto avanti. Finisce che firmo un contratto e adesso sto lavorando con l’editor per la versione definitiva, che uscirà quest’anno. Nel frattempo, in casa editrice, conosco persone che con il loro lavoro hanno un matrimonio d’amore e non solo d’interesse. Sto col naso schiacciato sulla vetrina come un bambino davanti a una pasticceria.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2009 in Cronache dalla tempesta

 

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Scrivere

Sono successe tante cose e nessuna come sempre. Il modo è sempre lo stesso, lo stesso andamento ondulatorio. Prima si aprono le finestre poi si chiudono le finestre se torna il sole si riaprono le finestre. Adesso sto cominciando a chiudere finestre. Tanto io sono tra quelle persone sempre convinte che il sole domani sorgerà di nuovo. Ad esempio ho lasciato il lavoro. Ho tenuto duro molto a lungo ma ad un certo punto bisognava chiudere altrimenti non sarei più riuscita a sopportare il freddo. Anche dal web stavano entrando mosconi e zanzare, quindi ho chiuso quasi tutto anche lì (quasi tutto, un po’ d’aria bisogna pur lasciarla passare). Adesso cosa faccio? Mi sono iscritta a un concorso pubblico così studio e mi diverto. Leggo Stefano Benni ma La Grammatica di Dio non mi piace. Peccato. Poi magari ricomincio a scrivere. Devo finire quel racconto lì che tanto nessuno (anzi uno sì) ha letto la prima parte ma fa niente tanto anche il web fa compagnia per un po’ poi entra freddo, mosconi e zanzare. Dopodichè a finestre chiuse parto con un altro romanzo bolognese o no, ancora non lo so. Sarà bello (scrivere sarà bello, il romanzo come sarà non lo so). Scrivere il primo è stato grande. Altro che aprire una finestra, ogni volta che mi mettevo alla tastiera è stato come saltare sul davanzale e andare di là.

 
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Pubblicato da su 6 giugno 2008 in Scrivere e vivere

 

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